

Immaginate una zuppa di anguille: una massa guizzante di creature le cui due estremità possono essere scambiate dall'occhio umano, intrappolate in uno spazio limitato, i cui corpi si aggrovigliano sotto la superficie o vi galleggiano sopra, semisommersi in un brodo caldo. Come le parti visibili degli animali viscosi che avete appena immaginato, gli oggetti presentati in questo libro sono frammenti di una realtà effimera. Osservando attentamente gli spazi e le parti del corpo mentre si torcono, premono, si aprono, si chiudono, si piegano e si toccano, la fotografia e l'argilla sono diventate per Federico Clavarino e Tami Izko il mezzo per reinterpretare una serie di connessioni significative. La serie che ne risulta racconta una storia di coesistenza, costruita in gran parte sulle immagini persistenti lasciate da incontri altrimenti scomparsi.
La versione editoriale di quest'opera, che è stata esposta in diverse occasioni, intreccia diverse ramificazioni: vedute dell'installazione, immagini dello studio che gli artisti condividevano a Milano, fotografie delle sculture e sculture fatte di fotografie. Il libro documenta anche la sua stessa nascita, con immagini del muro utilizzato per lavorare alla sequenza delle immagini e interviste condotte dagli artisti tra loro. Il libro stesso, come una ciotola piena di zuppa di anguille, sfida la nostra facoltà di distinguere le cose l'una dall'altra, siano esse persone, opere d'arte o altre forme di vita.
Federico Clavarino (1984). Dopo aver studiato scrittura creativa presso la Scuola Holden a Torino, intraprende la carriera nella fotografia documentaria presso BlankPaper Escuela diretta da Fosi Vegue a Madrid, dove insegna tra il 2012 e il 2017. Attualmente sta terminando il suo Master of Research presso il Royal College of Art di Londra. Il lavoro di Clavarino tocca temi come il potere, la storia e la rappresentazione. Finora ha pubblicato sei libri: Ukraina Pasport (Fiesta Ediciones, 2011), Italia o Italia (Akina, 2014), The Castle (Dalpine, 2016), La Vertigine (Witty Kiwi, 2017), Hereafter (Skinnerboox, 2019) e Alvalade (XYZ, 2019). Il suo lavoro è stato esposto in diverse parti d'Italia e d'Europa, in festival come PhotoEspaña, Les Recontres d'Arles e Fotofestiwal Łódź, in gallerie, tra cui Viasaterna a Milano, Temple a Parigi, Espace JB a Geneve e musei (Caixa Forum Madrid / Barcellona, MACRO Roma). Ha collaborato con alcuni musei per conferenze e workhop (MACRO a Roma, CCCB a Barcellona, Museo San Telmo a San Sebastian, Victoria and Albert Museum a Londra), in alcune scuole (ISSP in Lettonia, DOOR e Officine Fotografiche a Roma) e università (Leeds, Roehampton, Galles del Sud, Navarra).
Tami Izko (1984). Dopo aver conseguito una laurea in cinema e giornalismo, a partire dal 2016, ha iniziato un periodo di sperimentazione con diversi medium avvicinandosi al discorso sulla forma in parallelo alla scrittura. Nel contesto di questa ricerca ha iniziato a collaborare con Federico Clavarino nel 2018, sviluppando la serie Eel Soup che è stata esposta a Bruxelles, (Pinguin, 2018) in Polonia, a Łódź (Fotofestiwal, 2018) e all’Istanbul Biennal (2019). Lo scorso anno il suo progetto On Light and Small Lives, un racconto costituito da immagini e scrittura creativa, è stato esposto al Royal College of Art (Londra, 2019). Attualmente sta sviluppando nuovi progetti multidisciplinari esplorando tematiche legate all'identità, la memoria e l'appartenenza all’ambiente urbano.