



EDEN
Questo lavoro si chiama Eden, come il giardino da cui l’uomo fu cacciato. Come il paradiso perduto da cui l’arcangelo di John Milton se ne va dicendo: “Meglio regnare all’inferno che servire in paradiso”. L’Eden che Anush e Vittorio raccontano si chiama Agarak e somiglia più all’inferno miltoniano che al paradiso biblico.
Agarak è l’ultimo villaggio armeno prima del confine iraniano. Per quasi tutti è un luogo di transito (di qui passano camion carichi di petrolio, droga e molibdeno, il minerale di cui è ricca la zona e che è fondamentale per l’industria bellica), ma per 4900 persone è il luogo dove trascorrere la propria esistenza. Ad Agarak vivono minatori (del molibdeno di cui prima), soldati russi (che controllano il vicino confine con l’Azerbaigian), prostitute e venditori di alcolici (per i soldati, i camionisti e gli iraniani in cerca di leggi meno severe), anziani ultranazionalisti che hanno vissuto nella costante oppressione di una terra stretta tra nemici (i turchi da una parte, gli azeri dall’altra) e giovani che sognano una vita altrove.
Qui Anush e Vittorio si sono fermati per oltre un mese parlando con gli abitanti e ritraendo le loro vite. Ne è nato un lavoro sui confini e sui confinati che nasce lungo la frontiera che Anush non può varcare a causa dell’attività politica di suo padre, bandito dall’Iran nel 1979, anno della rivoluzione di Khomeyni. Tre sono le domande che gli artisti si sono posti e che hanno posto alle persone che hanno conosciuto: Perché ci si muove? Perché si resta? Come ci si immagina il paradiso? Le risposte sono segnate dal vivere circondati da nazioni ostili, un accerchiamento che genera isolamento e claustrofobia, ma anche dalla voglia di libertà e di andare oltre le barriere imposte dalla politica, la religione, la storia.
In questo contesto il giardino per antonomasia, l’Eden, torna ad assumere il significato antico della radice indogermanica da cui la parola deriva, quel garten che significa recinzione. Si spiega così l’ossimoro generato dal titolo, tanto del lavoro che di questo breve testo, che sembra far riferimento a un mondo bucolico e immacolato, ma che invece, al contrario, affronta il tema di un’esistenza trascorsa in un giardino circondato da sbarre.
Stefano Riba
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